18) Galileo. La paura per il nuovo e le sicurezze della scienza .
Il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo esprime in forma
dialogica e dialettica il confronto fra la convinzione che bisogna
andare avanti accettando le novit e la paura che se si lascia
l'autorit degli antichi, in particolare di Aristotele, ci si
trover in un mare aperto senza pi certezze n punti di
riferimento stabili. I protagonisti del dialogo sono Salviati e
Sagredo, che esprimono il punto di vista di Galilei, e Simplicio,
che sostiene le vecchie tesi aristoteliche.
G. Galilei, I due massimi sistemi del mondo (pagina 95).

Salviati. Tuttavolta che voi vogliate accordar quel che vi
mostrer il senso con le pi salde dottrine d'Aristotile, non ci
averete una fatica al mondo. E che ci sia vero, Aristotile non
dic'egli che delle cose del cielo, mediante la gran lontananza,
non se ne pu molto resolutamente trattare?.
Simplicio. Dicelo apertamente.
Salviati. Il medesimo non afferm'egli, che quello che l'esperienza
e il senso ci dimostra, si deve anteporre ad ogni discorso,
ancorch ne paresse assai ben fondato? e questo non lo dic'egli
resolutamente e senza punto titubare?.
Simplicio. Dicelo.
Salviati. Adunque di queste due proposizioni, che sono ambedue
dottrina d'Aristotile, questa seconda, che dice che bisogna
anteporre il senso al discorso,  dottrina molto pi ferma e
risoluta che l'altra, che stima il cielo inalterabile; e per pi
aristotelicamente filosoferete dicendo Il cielo  alterabile,
perch cos mi mostra il senso, che se direte Il cielo 
inalterabile, perch cos persuade il discorso di Aristotile.
Aggiungete che noi possiamo molto meglio di Aristotile discorrer
delle cose del cielo, perch, confessando egli cotal cognizione
esser a lui difficile per la lontananza da i sensi, viene a
concedere che quello a chi i sensi meglio lo potessero
rappresentare, con sicurezza maggiore potrebbe intorno ad esso
filosofare: ora noi, merc del telescopio, ce lo siam fatto vicino
trenta e quaranta volte pi che vicino non era ad Aristotile, s
che possiamo scorgere in esso cento cose che egli non potette
vedere, e tra le altre queste macchie nel Sole, che assolutamente
ad esso furono invisibili: adunque del cielo e del Sole pi
sicuramente possiamo noi trattare che Aristotile.
Sagredo. Io sono nel cuore al signor Simplicio, e veggo che e' si
sente muovere assai dalla forza di queste pur troppo concludenti
ragioni; ma, dall'altra banda, il vedere la grande autorit che si
 acquistata Aristotile appresso l'universale, il considerare il
numero de gli interpreti famosi che si sono affaticati per
esplicare i suoi sensi, il vedere altre scienze, tanto utili e
necessarie al pubblico, fondar gran parte della stima e reputazion
loro sopra il credito d'Aristotile, lo confonde e spaventa assai;
e me lo par sentir dire: E a chi si ha da riccorrere per definire
le nostre controversie, levato che fusse di seggio Aristotile?
qual altro autore si ha da seguitare nelle scuole, nelle
accademie, nelli stud? qual filosofo ha scritto tutte le parti
della natural filosofia, e tanto ordinatamente, senza lasciar
indietro pur una particolar conclusione? adunque si deve desolar
quella fabbrica, sotto la quale si ricuoprono tanti viatori? si
deve destrugger quell'asilo, quel Pritaneo, dove tanto agiatamente
si ricoverano tanti studiosi, dove, senza esporsi all'ingiurie
dell'aria, col solo rivoltar poche carte, si acquistano tutte le
cognizioni della natura? si ha da spiantar quel propugnacolo, dove
contro ad ogni nimico assalto in sicurezza si dimora? Io gli
compatisco, non meno che a quel signore che, con gran tempo, con
spesa immensa, con l'opera di cento e cento artefici, fabbric
nobilissimo palazzo, e poi lo vegga, per esser stato mal fondato,
minacciar rovina, e che, per non vedere con tanto cordoglio
disfatte le mura di tante vaghe pitture adornate, cadute le
colonne sostegni delle superbe logge, caduti i palchi dorati,
rovinati gli stipiti, i frontespizi e le cornici marmoree con
tanta spesa condotte, cerchi con catene, puntelli, contrafforti,
barbacani e sorgozzoni di riparare alla rovina.
Salviati. Eh non tema gi il signor Simplicio di simil cadute: io
con sua assai minore spesa torrei ad assicurarlo del danno. Non ci
 pericolo che una moltitudine si grande di filosofi accorti e
sagaci si lasci sopraffare da uno o dua, che faccino un poco di
trepito; anzi non pure col voltargli contro le punte delle lor
penne, ma col solo silenzio, gli metteranno in disprezzo e
derisione appresso l'universale. Vanissimo  il pensiero di chi
credesse introdur nuova filosofia col reprovar questo o quello
autore: bisogna prima imparare a rifar i cervelli degli uomini, e
rendergli atti a distinguere il vero dal falso, cosa che solo Dio
la pu fare.
G. Galilei, La prosa, Sansoni, Firenze, 1978, pagine 343-345.
